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DOCUMENTATE resistenze. Il film, Alberto, Francesco, Simone e Venezia

di Peppe De Angelis

Animata resistenza di Francesco Montagner e Alberto Girotto è un documentario straordinario. Poetico, non didascalico, delicato. È profondo, concepito bene nella messinscena delle interviste, che si fondono con i paesaggi e il contesto socio-antropologico, in un equilibrio perfetto tra la figura di Simone Massi e la sua grande opera artistica. Sottili i passaggi da animazione a documentario, in un mix tra realismo, nuvole, sogno.
Il suono originale di Lorenzo Danesin è un vero valore aggiunto che, come quello di Stefano Sasso nei film di Massi, ricopre un ruolo fondamentale nello sviluppo narrativo. La profondità del trio d’archi rappresenta appieno il lavoro intimo e raffinato di Simone. Ad aprire aprire e chiudere, due pezzi orchestrali del compositore minimalista estone Arvo Pärt, incipit e colophon di un’opera audiovisiva costruita con il tipico crescendo di un grande concerto sinfonico.
Animata resistenza è un complesso viaggio tra riflessioni storico-sociali, colline, umanità, personaggi, partigiani, il pensiero resistente di Simone, il mestiere dell’animatore e, infine, un omaggio alla sua opera. La fotografia, calda e a tratti cupa, è curata nei minimi particolari e coglie la sofferenza, le rughe dei volti, lo sguardo dell’animatore, sia perso nell’ammirare colline che assorto sulla tavola da disegno. Nel vederlo si ha spesso una sorta di disorientamento, come se dal documentario si passasse alla finzione neorealista di Giorgio Diritti, tra quelle umili terre e persone di frontiera, così vere e ferme sulla propria posizione.
Rabbiose e cupe le sequenze finali. L’ultimo estratto animato è preso da Dell’ammazzare il maiale. Nel passaggio dall’animazione al documentario si riesce a cogliere la sintesi del faticosissimo film di Massi e forse del suo pensiero resistente. È nel dolore, nell’urlo del maiale che lo tormenta, nei pensieri persi nel vuoto, nei lunghi silenzi. Emerge così la sua lotta, il suo animalismo, il suo amore per gli animali e il rifiuto della tortura verso ogni forma di essere vivente. Nel crescendo sinfonico di Pärt e nell’irrompere del temporale che penetra in un rudere abbandonato, si chiude il documentario, con un vero tocco di cinema d’autore. Prima ancora che registi, Montagner e Girotto sono appunto autori e, nell’imperversare sciatto-modernista dei filmakers, c’è forse ancora qualche barlume di speranza per il nostro cinema.

DOCUMENTARE RESISTENZE
Intervista ad Alberto Girotto e Francesco Montagner
[Seconda parte]

Qualche giorno prima dell’esordio alla Mostra del Cinema di Venezia ho intervistato gli autori di Animata resistenza, film documentario sulla vita dell’animatore resistente Simone Massi, realizzato da Francesco Montagner e Alberto Girotto.
[Leggi la prima parte di Documentare resistenze]
La precedente intervista si è chiusa con la paura e l’entusiasmo di Alberto e Francesco a pochi giorni dalla presentazione al Lido. Dopo l’accoglienza straordinaria alla Mostra, il sogno dei due giovani registi si è chiuso con il Leone, sezione Venezia Classici, per il miglior documentario sul cinema.

MONTALDO
Il 6 settembre 2014 alle 20 si apre la cerimonia di premiazione di Venezia71. La storia stava bussando alla porta, ma voi non ne eravate al corrente. Giuliano Montaldo, in qualità presidente di giuria per Venezia Classici, sale sul palco e arriva l’annuncio inatteso: Premio per il miglior documentario sul cinema ad Animata resistenza di Francesco Montagner e Alberto Girotto. Siete in grado di descrivere l’emozione di quei momenti? Cosa si prova a essere premiati dall’autore di Sacco e Vanzetti?

Francesco Montagner. E’ stata un’emozione tanto forte che non ho saputo come reagire, quando ho sentito il nostro nome mi sono irrigidito di colpo. Già essere arrivati a Venezia da esordienti, indipendenti e giovanissimi era un grandissimo successo per noi e per la nostra associazione Fucina del Corāgo. Il risultato di un percorso lungo e complesso che ha richiesto un lavoro di un anno e mezzo. Poi riuscire pure a vincere il Leone della propria sezione è stato il realizzarsi di un sogno che fino a pochi mesi prima era impensabile e più che mai lontano dalle mie aspettative. Alla Mostra di film di qualità ce ne sono tanti e per noi era già un onore essere tra quelli, con il nostro piccolo film. Oltre a Montaldo, che stimo moltissimo (ancor di più oggi dopo averlo conosciuto di persona) mi piacerebbe incontrare quei ragazzi che hanno composto la giuria, composta da 28 laureandi italiani in Storia del Cinema, perché hanno fatto una scelta coraggiosa e “spero” sincera, premiando un documentario non convenzionale e dando credito a due giovani esordienti come noi.
Alberto Girotto é stata un’emozione grandissima, non ci saremo mai aspettati di vincere e ricevere il leone. Ci siamo impegnati molto e abbiamo creduto in questo progetto, ci abbiamo messo tutto noi stessi, ma di vincere non ce lo saremmo mai aspettati. La vittoria era già la selezione. Poi essere premiati da un autore cinematografico come Giuliano Montaldo, che ha realizzato film straordinari, stringergli la mano e sapere che il nostro film gli è piaciuto molto, è stato un sogno dal quale per fortuna non c’è stato risveglio. Di tanto in tanto penso se sia tutto reale. E’ stato un momento di gioia intensa e anche molto commovente. Per qualche secondo ho avuto un principio di svenimento quando hanno annunciato i nostri nomi. Ancora, dopo settimane, sembra impossibile.

EMOZIONE
Francesco il loquace, Alberto il taciturno. Al momento della premiazione si sono forse invertiti i ruoli? Uno dei due sembrava più emozionato dell’altro.

F.M. Verissimo! Non riuscivo ancora a crederci: nel momento in cui sono salito sul palco ho stretto la mano a Montaldo e ho fatto per ringraziarlo, ma le parole non mi sono uscite di bocca. Ero completamente frastornato, specialmente quando il pubblico della sala grande ha cominciato ad applaudirci.
A.G. Ero felicissimo, un sogno che si realizzava, un sogno che non credevo di vedere realizzato così presto. Più che un sorriso era una paresi, non riuscivo a smuoverlo. La gioia è stata immensa, non sapevo nemmeno come comportarmi sul palco.

MOSTRA DEL CINEMA
Ma la Mostra del Cinema non è stata solo la premiazione, la vostra è stata davvero una settimana
intensa al Lido. Quali sono stati i momenti salienti e come li avete affrontati?

F.M. E’ stata di sicuro una delle settimane più intense dalla fine del montaggio, sia da un punto di vista lavorativo, che emotivo ed umano. Il momento saliente è stato quando alla prima proiezione del film era presente Dilo Ceccarelli, uno dei partigiani del film, che è venuto per assistere dalle Marche (alla sua età) con un’intera delegazione, capeggiata da Angelo Verdini, presidente dell’Anpi di Arcevia che ha contribuito alla realizzazione del film mettendo a nostra disposizione la sua conoscenza storica del territorio.
A.G. Abbiamo vissuto il festival anche da cinefili come gli anni passati solo che quest’anno eravamo lì anche come cineasti. Ho visto dei film straordinari. Uno dei momenti salienti sicuramente era la visione dei film. Gli altri sono stati quando è toccato a noi presentare il documentario. Stare seduto con il pubblico che guardava il nostro film e gli applausi alla fine, stare insieme a tutti i nostri invitati entusiasti di essere lì, le prime interviste importanti dove ci chiedevano di parlare del nostro lavoro, insomma ci sono stati molti momenti salienti. Sicuramente non dimenticherò mai la tensione, poi la grande gioia che il risultato finale ci ha portato. Lo ripeto, ancora mi sembra impossibile!

Grazie Alberto e grazie Francesco per la disponibilità. Bellissimo lavorare con voi a questa duplice intervista doppia.
Ma non è ancora tutto. Ho fatto qualche domanda al protagonista di questa bellissima favola dal sapore cinematografico.

 

L’ATTESA RESISTENTE
Piccola storica intervista a Simone Massi

Silenzioso, restio e fuori dai riflettori come sempre, Simone Massi è il padre spirituale di Animata resistenza. Ha accolto per qualche settimana Francesco e Alberto nella sua casa e ha raccontato la sua vita, il suo modo di fare cinema, la sensibilità e il legame con la sua terra, le sue persone, le radici e la resistenza partigiana, ieri e oggi.
Ha realizzato un nuovo film d’animazione. L’attesa del maggio.
Quadro familiare, un bracciante e una massaia, a casa, lui con mano fermamente appoggiata al tavolo. Sono in attesa.
Simone, sospeso in un limbo bianco, giacca nera e sciarpa rossa, la sfila dal collo. E’ pronto.
Una poesia: «Lo sguardo teso e l’orecchio a cercare li ho reimparati da Julia, ma fatico a distinguerli dalle foglie. Il maggio, il  merlo si nascondono al momento del canto, non si fanno vedere.»
Capo chino, spalle alla camera, percorre e calpesta erbose colline. Il percorso del ritorno, la strada verso casa, un viaggio che parte da Nuvole, mani. L’esilio è finito.
Vento, uccelli, pioggia, una processione, una chiesa, un altare, voci, ruscelli, valige, nuvole. Il ritorno.
Simone è in piedi davanti a un tavolo.

INTERVISTA A SIMONE MASSI

SENSAZIONI
Dalla realizzazione di “piccoli” film d’animazione a soggetto di un documentario sulla tua vita. Che sensazione si prova?

Ho ottenuto molte soddisfazioni, centinaia di premi e parole che potevano stordirmi e lasciarmi a terra ma ho sempre mantenuto un certo distacco ed è stata la mia fortuna. Perché io non devo pensare a guardarmi allo specchio ma a lavorare. Un documentario su di me significa che qualcosa di buono l’ho combinata, almeno per gli autori del film, altro non mi viene in mente.

PREVISIONI
Hai conosciuto Francesco Montagner durante un festival, ti ha esposto la sua idea di realizzare un documentario su di te, poi lo hai visto entrare in casa insieme ad Alberto Girotto. Nel momento in cui hanno varcato la soglia della porta avresti mai pensato che quei due giovani registi, nemmeno un anno e mezzo dopo, avrebbero levato al cielo il Leone di Venezia71?

No, certo. Ma solo perché i miei pensieri sono sempre mirati al presente o comunque al tempo che gli sta più vicino. Nel momento in cui Francesco e Alberto sono entrati in casa ho pensato a dargli tutto quello avevo e potevo. Era una cosa nuova e c’erano tutti quegli istinti e atteggiamenti che riguardano e si riservano alle cose nuove: curiosità, attenzione, energie, fervore. Le aspettative hanno cominciato a prendere corpo soltanto a film finito, il sogno era la selezione a Venezia e credo che nessuno di noi potesse spingersi oltre. A premio ottenuto saltano fuori quelli esterni al film che se lo sentivano ma sono sciocchezze. Io alle intuizioni ci posso anche credere a patto che ci sia una base: aver partecipato al film, averlo visto, trovarsi al Lido nei giorni della Mostra…

POETICA
Ci sono momenti del documentario dove la tua poetica di regista ha preso la scena? Quali sequenze ami di più di Animata resistenza? Quelle dove emerge la tua vita, la tua etica e pensiero o quelle sul tuo cinema?

Il primo pensiero era di fare la mia parte, tutto quello che mi veniva chiesto di fare, il secondo era quello di rendermi utile come potevo e dunque sì, anche con delle idee e dei consigli. Cercando di non essere invadente perché i ruoli erano chiari e nessuno ha mai tentato di metterli in discussione. Alcune idee sono state accolte e altre no com’è giusto, alcune sono finite nel film e altre tagliate come succede. A vedermi sullo schermo mi imbarazza, e in particolare quando apro bocca. Fossi stato io il regista mi sarei tagliato fino a ridurmi a muta comparsa e avrei lasciato spazio a quel che davvero dice e commuove: le colline viste dall’alto, le ombre che si spostano sul paesaggio, i cani e le altre bestiole, gli anziani che lavorano o raccontano. Neanche a dirlo sono queste le sequenze del film che amo di più.
Delle scene in cui compaio io mi piacciono quelle dove cammino e sto zitto: sulla collina insieme a Julia, sul monte innevato insieme a un cane, davanti alla casa colonica abbandonata. E’ buona anche la scena in cui un piccione mi vola sopra la testa e sorrido.

GENESI
La genesi di Animata resistenza è stata parallela a quella del tuo ultimo film d’animazione, L’attesa del maggio. La stampa si è soffermata un po’ più sul documentario, ma Giannalberto Bendazzi, il più importante critico mondiale di cinema d’animazione, ha commentato così la tua ultima fatica: «Non mi sento di dire che è il film più bello di Simone Massi. Mi sento di dire che, secondo me, è il più bel capitolo (finora) di quel romanzo in poesia che sta sviluppando da quando fa cinema». Simili critiche ti inorgogliscono ancora come gli elogi degli esordi? E poi, cosa hai provato nel realizzare questo film in un momento tanto cruciale nella tua carriera di animatore resistente?

Come dicevo sono sempre stato impermeabile ai riconoscimenti (siano parole, premi o un documentario su di me, poco cambia) ma ciò non toglie che le parole di Bendazzi mi abbiano fatto particolarmente piacere. Anche perché Giannalberto è uno che prende parecchio sul serio il suo mestiere e non fa sconti. Fra un po’ salterà fuori qualcuno che conta meno di lui e che non sarà d’accordo e chi dirà o scriverà parole diverse ma in tutta franchezza è un pensiero che non mi toglie il sonno.
Cosa ho provato a realizzare questo film? Niente, è il mio lavoro. C’è stata fatica, tensione e pochissimo altro. Delle pressioni esterne che non ci dovevano essere e pure ci sono state: ti posso dire questo, non succederà più. Qualcuno scambia la mia educazione contadina per fesseria asinina. Può essere, ma sono stanco e il mio carico l’ho portato: è probabile che presto comincerò anch’io a tirare qualche calcio.

MAGGIO ATTESO
Cosa racconta L’attesa del maggio? Lo stile usato e la tecnica usate si legano di più al cinema delle tue origini, più onirico e bianco, o al tuo ultimo filone, più sofferto, marcato e rosso?

L’animazione nuova vuol’essere prima di tutto un ritorno a casa. Credo che il motivo più forte del film fosse appunto porre fine all’esilio di “Nuvole, mani” e fare il percorso inverso. Inizialmente il viaggio di ritorno è travagliato perché riprende e ripercorre luoghi e tematiche dei “film rossi”, ma sul finale tutto si placa e si fa leggero, ho volutamente cercato di recuperare le atmosfere di “Pittore, aereo”, il film che nel 2001 chiudeva la fase sperimentale e di ricerca cominciata a scuola e ne apriva una nuova, personale, autoriale. La stessa che ho cercato di affinare e portare avanti per tutti questi anni. Un ritorno a casa, appunto.

LIBRO
Nuvole e mani: il cinema animato di Simone Massi a cura di Fabrizio Tassi. È il secondo libro sulla tua poetica cinematografica, con allegato il documentario Animata resistenza e la raccolta di tutti i tuoi film. Stavolta è una delle più importanti case editrici indipendenti d’Italia a pubblicare, la Minimum fax. Come è nata questa nuova avventura editoriale? Cosa si prova, a soli 44 anni, ad avere due libri e un documentario che raccontano la tua vita?

Il precedente cofanetto “Poesia Bianca” di fatto non è mai stato distribuito né ristampato e nei cinque anni in cui il mio lavoro è stato legato alla Cineteca Italiana ho letteralmente contato i giorni che mi separavano dalla scadenza del contratto. Un paio di anni fa ho cominciato a muovermi, ho coinvolto Fabrizio Tassi che ha proposto il libro alle più importanti case editrici italiane. La Minimum Fax è stata la sola a rispondere positivamente e a dimostrare interesse nei confronti del mio lavoro. Due libri e un documentario su di me: sono contento, che vuoi che ti dica. Ma potrebbe anche non essere vero.

 

Peppe De Angelis
organizzatore CortoperScelta 2003-2013

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This is not a Love Story. Valzer con Bashir


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Valzer con Bashir. Film autobiografico del regista e sceneggiatore Ari Folman che ripercorre le tappe del conflitto israelo-libanese nel 1982.
Grafic novel & Docu-fiction, è la difficile definizione di genere del film shock 2008. Vincitore di numerosi premi (Golden Globe e Oscar) Valzer con Bashir è un gioiello di 87 minuti che affronta una delle pagine più oscure della storia del conflitto medio-orientale. Il regista era presente in Libano nel 1982, il giorno del massacro di Sabra e Shatila, ovvero il genocidio dei palestinesi operato dai falangisti libanesi con la condiscendenza dei soldati israeliani; non ricorda più nulla ed è continuamente tormentato dagli incubi e dagi spettri della guerra. Intorno a questi elementi ruota tutto il filo narrativo del film, nonché l’indagine di Folman, che va a ricostruire le fasi del sanguinoso conflitto e la straziante normalità degli eventi che si susseguono.
Il ritmo della storia è scandito da interviste ai suoi ex commilitoni, da flashback delle vicende di guerra, ma principalmente dal sogno ricorrente di Folman (riemersione da un bagno notturno in mare sotto un cielo aureo), un ponte verso l’aggiacciante finale documentario. Nella conclusione emerge appunto il ruolo dell’animazione, che ha la doppia funzione di raccontare il sogno con la leggerezza della memoria che riaffiora, e di raccontare, con la stessa leggerezza, anche il terrificante massacro, che si svelerà successivamente con tutta la nuda e cruda ferocia delle immagini documentarie.
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This is not a Love Song

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PicenoCinema. Immagini manifesti cartoline dell’epoca d’oro

26 ottobre_2 novembre 2008 Massignano Aula consiliare

Sarà inaugurata domenica 26 ottobre alle ore 18 e resterà aperta fino a domenica 2 novembre, presso l’Aula Consiliare di Massignano (Ascoli Piceno), la mostra “PicenoCinema. Immagini, manifesti, cartoline dell’epoca d’oro”, basata sul ricchissimo archivio iconografico dello storico “Cinema Piceno” di Cupra Marittima, rimasto in attività dal 1945 al 1963.

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Fondato dai fratelli Aristide e Arnaldo Laureti di Massignano, il “Cinema Impero” nasce nel 1942 con proiezioni itineranti di piazza. Nel 1945, con il nome di “Cinema Piceno”, si trasforma in sala cinematografica con sede a Cupra (nei locali dell’attuale Galleria Marconi), dove resta fino alla chiusura definitiva della stagione 1962/63. In questi vent’anni diviene il centro propulsore della cultura audiovisiva dell’epoca per l’intero territorio piceno, ieri come oggi povero di esercenti. Ricca invece è l’eredità lasciata da questa istituzione.

L’intento della mostra “PicenoCinema” (ideata dagli organizzatori di CortoperScelta Enrico e Giuseppe De Angelis) è di riportare alla luce un patrimonio di manifesti, dipinti, cartoline, che documentano il cinema “dell’età d’oro”, dei grandi attori italiani Antonio De Curtis in arte Totò, Aldo Fabrizi, Peppino De Filippo, Vittorio Gassman, o dei divi hollywoodiani Kirk Douglas, Lana Turner, Spencer Tracy, Leslie Caron, dei quali sono conservate autentiche lettere autografe. Di questa stagione sono raccolte anche locandine di film neorealisti e d’autore: Germania anno zero di Roberto Rossellini, Il Vangelo secondo Matteo di Pier Paolo Pasolini, Giovanna d’Arco con Ingrid Bergman, La vedova allegra di Ernst Lubitsch; o della commedia all’italiana: Il gaucho di Dino Risi, Totò cerca casa di Steno/Monicelli, L’arte di arrangiarsi di Luigi Zampa con Alberto Sordi, Un mostro e mezzo con Franco e Ciccio. In mostra anche 22 dipinti a olio, opera di grandissimi artisti del ‘900 che interpretano in modo originale le pellicole di quegli anni: Olympia di Leni Riefenstahl visto da Domenico PurificatoRocco e i suoi fratelli di Luchino Visconti secondo Carlo Levi, I soliti ignoti di Mario Monicelli nella singolare rivisitazione di Mino Maccari, fino a Giorgio De Chirico che raffigura un’astrazione del film Ferdinando I, re di Napoli. Continue Reading »

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Juno. “All I want is you”

Questo è solo l’inizio della bella storia di Juno: una simpatica quindicenne, una scontrosa quindicenne, una quindicenne un po’ punk, è dolce sbadata e incosciente, tutto come una quindicenne… Ha un solo piccolo problema: “è incinta” e ha un ragazzo.. ma ancora non ne è ancora al corrente.

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Al Cinema Margherita: La ragazza del lago. Incontro con l’autore

la ragazza del lago

Martedì 18 marzo alle 21.15, presso il Cinema Margherita di Cupra Marittima (AP), nell’ambito della rassegna “Frammenti dalla Biennale e altri Frammenti“, ci sarà l’incontro con il regista Andrea Molaioli e la proiezione del suo film La ragazza del lago presentato alla Mostra del Cinema di Venezia 2007. Opera prima di Molaioli, La ragazza del lago è stata una delle migliori pellicole italiane presentate a Venezia 2007. Questo autore vanta una lunghissima esperienza nel mondo cinematografico, è stato infatti per anni aiuto regista di Nanni Moretti, in film come Palombella rossa, Aprile, La stanza del figlio e, sempre con Moretti è stato interprete in Aprile nella parte di se stesso. Ha collaborato inoltre con Carlo Mazzacurati e Marco Risi. Certamente è uno dei giovani registi più interessanti del nostro panorama cinematografico, capace di conciliare nel suo primo film il cinema d’essai con quello un po’ di genere, in questo caso il Thriller, coinvolgendo lo spettatore e riuscendo a sviscerare molto bene la psicologia dei personaggi. Ottima interpretazione di Tony Servillo. La ragazza del lago è tratto da un romanzo di Karim Fossum: Lo Sguardo di uno sconosciuto, anche se Molaioli ha deciso di trasportare la vicenda dalle coste norvegesi alle alpi italiane.
Film prodotto da Indigo Film, una casa di produzione indipendente molto attenta al cinema di qualità, tra gli altri film che ha prodotto citiamo soltanto L’amico di Famiglia di Paolo Sorrentino, e La guerra di Mario di Antonio Capuano.

Sono le otto del mattino quando Marta, addentando una ciambella, sta tornando a casa dopo aver dormito da una zia. Un furgone si ferma: Mario, ragazzo affetto da ritardo mentale, la convince a seguirlo nella sua fattoria. L’allarme scatta subito, Marta ha solo sei anni. Nel paese arriva il commissario Sanzio, un poliziotto esperto, da poco trasferitosi in quelle zona un po’ sperduta. Il più giovane collega Siboldi, residente in quelle valli, diventa la sua guida anche per conoscere i legami famigliari e affettivi della piccola comunità. I due, accompagnati da Alfredo, fedele collega di Sanzio dai tempi della sezione omicidi, si dovranno trattenere nel paese, perchè un altro delitto si sta per consumare; un crimine sicuramente nato in seno a una delle famiglie del paese, frutto di un legame affettivo o sentimentale. (da trovacinema.it)

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Rita Hayworth in Gilda

8 Marzo 2008. 100 anni di festa della donna.
dedicato a tutte le donne e alla loro immortale femminilità…

Triangolo noire tra i più famosi nella storia del cinema, Gilda racconta della fatalità di una donna amata da due uomini uniti nell’amicizia e nel lavoro: Johnny Farrell (Glenn Ford) e Ballin Mundson (George Macready). Inarrivabile dark lady, Gilda (Rita Hayworth) è sensuale e innocente, rappresenta il trionfo del corpo femminile sugli schermi, costruito sull’ambiguità del piacere. Sulle note di Put the Blame on Mame, in uno dei balletti più famosi della storia del cinema, lo spettatore odierno è portato a immaginare uno spogliarello molto più audace e ardito, ma nel 1946 osare in quel modo con il corpo femminile era cosa insolita, ai limiti del “Codice Hayes” che a quei tempi imperava con atti di censura che costringevano i registi a ripensare le inquadrature di intere sequenze. Il proibito in questo caso viene quasi svelato per induzione dalla macchina da presa con qualche controcampo. Un semplice trucco di regia usato per mostrare tutte le fantasie dell’uomo stregato da tanta bellezza, sia vista che immaginata. A tanta sensualità fa da contraltare la fragilità di Gilda, straziata dall’amore impossibile che prova per Johnny. In questo menage a trois lo stretto rapporto tra i Johnny e Ballin rappresenta una delle punte più alte del cinema noire, che molto spesso si è avvicinato a tali soglie di masochismo, ma che mai era riuscito a esprimere con tanta abilità.

Giuseppe De Angelis

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la donna è come un bastone con la lama retrattile: ha l’aria di essere una cosa e sotto i tuoi occhi ne diventa un’altra
Johnny Farrel in Gilda, Charles Vidor (1946)

Gida manifesto

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Rec Film

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dal 29 febbraio nei cinema

tutti i trailer su youtube/RECfilm

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Un’inchiesta sull’11 settembre al Cinema Margherita

Martedì 19 febbraio, alle ore 21.15, presso il Cinema Margherita di Cupra Marittima (AP) sarà presentato il film documentario Zero di Franco Fracassi. L’appuntamento rientra, come fuori programma, nell’ambito della rassegna cinematografica Frammenti della Biennale, organizzata dal Centro Culturale “J. Maritain” di Cupra Marittima in collaborazione con Comune di Cupra Marittima, la Provincia di Ascoli Piceno, e la Regione Marche.
Partecipazione straordinaria di Dario Fo, Lella Costa e Moni Ovadia, nel ruolo di narratori. Alla proiezione sarà presente uno degli autori del film, in una serata evento che si annuncia interessante e ricca di spunti di riflessione, per uno degli argomenti più controversi della nostra storia recente: il crollo delle Torri Gemelle l’11 settembre 2001.

Zero è un documentario che rompe il muro del silenzio, è un’inchiesta giornalistica rigorosa, costruita con interviste a testimoni oculari, sopravvissuti, responsabili delle indagini, esperti, tecnici, scienziati e giornalisti; immagini di repertorio inedite ed esclusive; documenti ufficiali; ricostruzioni in computer grafica. Il filo logico dell’inchiesta si snoda attraverso la presenza di tre narratori d’eccezione (Fo , Costa, Ovadia). Come e perché sono crollate le torri gemelle e l’edificio 7 del World Trade Center? Che cosa è accaduto al Pentagono? Com’è possibile che la difesa aerea più potente del mondo l’11 settembre non ha funzionato in nessun suo elemento, senza che in seguito nessuno sia stato incolpato per l’accaduto? Chi sono e come hanno agito i dirottatori? Come sono entrati negli Stati Uniti? Cos’è al Qaeda e quali legami aveva con i servizi statunitensi l’11 settembre 2001? Perché le indagini precedenti all’11 settembre sono state ostacolate dai vertici del Fbi e perché le indagini successive alle stragi si sono concluse in brevissimo tempo?
da Zerofilm

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Zero. regia di Claudio Fracassi
con Lella Costa, Dario Fo, Moni Ovadia, Gore Vidal
Italia, 2007, 110′
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Sosteniamo la petizione: “Inedito? No, grazie!”

Il festival CortoperScelta si fa promotore e sostenitore della petizione lanciata da ildocumentario.it volta ad eliminare la clausola imposta dai regolamenti di molti festival di cinema che permette la partecipazione alle competizioni “alle sole opere inedite“.
Centinaia di registi, montatori, organizzatori di festival, direttori artistici, operatori culturali, professionisti, studenti si sono già mobilitati. Sostieni anche tu questa causa!

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sottoscrivi la petizione su
ildocumentario.it

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Zidane, un portrait du 21e siècle

di Giuseppe De Angelis

in campo sei solo

Zinedine Zidane

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Zidane. Un portrair du 21e siecle di Philippe Parreno e Douglas Gordon non è fiction, è un po’ documentario estremo, a tratti è videoarte, è un ibrido, è cinema nuovo e vero. 90 minuti di gioco in mezzo ai fatti del mondo e della storia, dove il gioco passa in secondo piano, dove in primo piano ci sono movenze e pensieri di un grande campione. Un’insolita produzione franco-islandese che ha destato l’interesse di critici in tutto il mondo per l’unicità e la sperimentazione concettuale. Complessivamente il film sembra un esercizio tecnico-stilistico: primi piani, campi lunghissimi, particolari, dissolvenze, voce in/e fuori campo, sonoro in presa diretta e accompagnamento musicale elettronico.
Un ritratto del calcio mai visto, del calcio dentro il catino strabordante di folla, solitudine, attesa, scatti vani. Nel campo un uomo serio e solo che corre poco, ma che come un direttore d’orchestra dirige i giochi e si accerta che tutto proceda come lui già sa. Strano e affascinante è questo film, che con 19 telecamere, segue durante un’intera partita, un solo personaggio: Zinédine Zidane. Osservando quest’uomo si dimentica presto di assistere a un match di calcio, prende piede lo sport vivo, lo sport lontano dal blaterare dei commentatori ma vicino al piccolo trotto, agli sguardi, alle frasi sussurrate da questo introverso campione. Visto così il calcio ci può anche insegnare qualcosa.
Zidane è certamente tra i campioni più controversi della storia del calcio. Condannato in eterno ad essere ricordato più per una testata che per i suoi straordinari gesti atletici, per i suoi movimenti da giudoka palla al piede, per la sua capacità di far scomparire la palla e poi farla riapparire altrove, magari in fondo alla rete… Nel film tutti questi elementi sono contenuti. In una sola partita sembra concentrato tutto ciò che l’uomo e lo sportivo è, nel bene e nel male, con il suo strano modo di muoversi per il campo assorto in un silenzio oscuro, con i suoi lampi di genio ma anche di follia… la grande condanna dei veri geni.
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IN LIBRERIA

ZIDANE. Un ritratto del XXI secolo

Pubblicato da Feltrinelli. Collana Real Cinema

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DVD + Libro in cofanetto indivisibile
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IL TRAILER ORIGINALE

Buona Visione!