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DOCUMENTATE resistenze. Il film, Alberto, Francesco, Simone e Venezia

di Peppe De Angelis

Animata resistenza di Francesco Montagner e Alberto Girotto è un documentario straordinario. Poetico, non didascalico, delicato. È profondo, concepito bene nella messinscena delle interviste, che si fondono con i paesaggi e il contesto socio-antropologico, in un equilibrio perfetto tra la figura di Simone Massi e la sua grande opera artistica. Sottili i passaggi da animazione a documentario, in un mix tra realismo, nuvole, sogno.
Il suono originale di Lorenzo Danesin è un vero valore aggiunto che, come quello di Stefano Sasso nei film di Massi, ricopre un ruolo fondamentale nello sviluppo narrativo. La profondità del trio d’archi rappresenta appieno il lavoro intimo e raffinato di Simone. Ad aprire aprire e chiudere, due pezzi orchestrali del compositore minimalista estone Arvo Pärt, incipit e colophon di un’opera audiovisiva costruita con il tipico crescendo di un grande concerto sinfonico.
Animata resistenza è un complesso viaggio tra riflessioni storico-sociali, colline, umanità, personaggi, partigiani, il pensiero resistente di Simone, il mestiere dell’animatore e, infine, un omaggio alla sua opera. La fotografia, calda e a tratti cupa, è curata nei minimi particolari e coglie la sofferenza, le rughe dei volti, lo sguardo dell’animatore, sia perso nell’ammirare colline che assorto sulla tavola da disegno. Nel vederlo si ha spesso una sorta di disorientamento, come se dal documentario si passasse alla finzione neorealista di Giorgio Diritti, tra quelle umili terre e persone di frontiera, così vere e ferme sulla propria posizione.
Rabbiose e cupe le sequenze finali. L’ultimo estratto animato è preso da Dell’ammazzare il maiale. Nel passaggio dall’animazione al documentario si riesce a cogliere la sintesi del faticosissimo film di Massi e forse del suo pensiero resistente. È nel dolore, nell’urlo del maiale che lo tormenta, nei pensieri persi nel vuoto, nei lunghi silenzi. Emerge così la sua lotta, il suo animalismo, il suo amore per gli animali e il rifiuto della tortura verso ogni forma di essere vivente. Nel crescendo sinfonico di Pärt e nell’irrompere del temporale che penetra in un rudere abbandonato, si chiude il documentario, con un vero tocco di cinema d’autore. Prima ancora che registi, Montagner e Girotto sono appunto autori e, nell’imperversare sciatto-modernista dei filmakers, c’è forse ancora qualche barlume di speranza per il nostro cinema.

DOCUMENTARE RESISTENZE
Intervista ad Alberto Girotto e Francesco Montagner
[Seconda parte]

Qualche giorno prima dell’esordio alla Mostra del Cinema di Venezia ho intervistato gli autori di Animata resistenza, film documentario sulla vita dell’animatore resistente Simone Massi, realizzato da Francesco Montagner e Alberto Girotto.
[Leggi la prima parte di Documentare resistenze]
La precedente intervista si è chiusa con la paura e l’entusiasmo di Alberto e Francesco a pochi giorni dalla presentazione al Lido. Dopo l’accoglienza straordinaria alla Mostra, il sogno dei due giovani registi si è chiuso con il Leone, sezione Venezia Classici, per il miglior documentario sul cinema.

MONTALDO
Il 6 settembre 2014 alle 20 si apre la cerimonia di premiazione di Venezia71. La storia stava bussando alla porta, ma voi non ne eravate al corrente. Giuliano Montaldo, in qualità presidente di giuria per Venezia Classici, sale sul palco e arriva l’annuncio inatteso: Premio per il miglior documentario sul cinema ad Animata resistenza di Francesco Montagner e Alberto Girotto. Siete in grado di descrivere l’emozione di quei momenti? Cosa si prova a essere premiati dall’autore di Sacco e Vanzetti?

Francesco Montagner. E’ stata un’emozione tanto forte che non ho saputo come reagire, quando ho sentito il nostro nome mi sono irrigidito di colpo. Già essere arrivati a Venezia da esordienti, indipendenti e giovanissimi era un grandissimo successo per noi e per la nostra associazione Fucina del Corāgo. Il risultato di un percorso lungo e complesso che ha richiesto un lavoro di un anno e mezzo. Poi riuscire pure a vincere il Leone della propria sezione è stato il realizzarsi di un sogno che fino a pochi mesi prima era impensabile e più che mai lontano dalle mie aspettative. Alla Mostra di film di qualità ce ne sono tanti e per noi era già un onore essere tra quelli, con il nostro piccolo film. Oltre a Montaldo, che stimo moltissimo (ancor di più oggi dopo averlo conosciuto di persona) mi piacerebbe incontrare quei ragazzi che hanno composto la giuria, composta da 28 laureandi italiani in Storia del Cinema, perché hanno fatto una scelta coraggiosa e “spero” sincera, premiando un documentario non convenzionale e dando credito a due giovani esordienti come noi.
Alberto Girotto é stata un’emozione grandissima, non ci saremo mai aspettati di vincere e ricevere il leone. Ci siamo impegnati molto e abbiamo creduto in questo progetto, ci abbiamo messo tutto noi stessi, ma di vincere non ce lo saremmo mai aspettati. La vittoria era già la selezione. Poi essere premiati da un autore cinematografico come Giuliano Montaldo, che ha realizzato film straordinari, stringergli la mano e sapere che il nostro film gli è piaciuto molto, è stato un sogno dal quale per fortuna non c’è stato risveglio. Di tanto in tanto penso se sia tutto reale. E’ stato un momento di gioia intensa e anche molto commovente. Per qualche secondo ho avuto un principio di svenimento quando hanno annunciato i nostri nomi. Ancora, dopo settimane, sembra impossibile.

EMOZIONE
Francesco il loquace, Alberto il taciturno. Al momento della premiazione si sono forse invertiti i ruoli? Uno dei due sembrava più emozionato dell’altro.

F.M. Verissimo! Non riuscivo ancora a crederci: nel momento in cui sono salito sul palco ho stretto la mano a Montaldo e ho fatto per ringraziarlo, ma le parole non mi sono uscite di bocca. Ero completamente frastornato, specialmente quando il pubblico della sala grande ha cominciato ad applaudirci.
A.G. Ero felicissimo, un sogno che si realizzava, un sogno che non credevo di vedere realizzato così presto. Più che un sorriso era una paresi, non riuscivo a smuoverlo. La gioia è stata immensa, non sapevo nemmeno come comportarmi sul palco.

MOSTRA DEL CINEMA
Ma la Mostra del Cinema non è stata solo la premiazione, la vostra è stata davvero una settimana
intensa al Lido. Quali sono stati i momenti salienti e come li avete affrontati?

F.M. E’ stata di sicuro una delle settimane più intense dalla fine del montaggio, sia da un punto di vista lavorativo, che emotivo ed umano. Il momento saliente è stato quando alla prima proiezione del film era presente Dilo Ceccarelli, uno dei partigiani del film, che è venuto per assistere dalle Marche (alla sua età) con un’intera delegazione, capeggiata da Angelo Verdini, presidente dell’Anpi di Arcevia che ha contribuito alla realizzazione del film mettendo a nostra disposizione la sua conoscenza storica del territorio.
A.G. Abbiamo vissuto il festival anche da cinefili come gli anni passati solo che quest’anno eravamo lì anche come cineasti. Ho visto dei film straordinari. Uno dei momenti salienti sicuramente era la visione dei film. Gli altri sono stati quando è toccato a noi presentare il documentario. Stare seduto con il pubblico che guardava il nostro film e gli applausi alla fine, stare insieme a tutti i nostri invitati entusiasti di essere lì, le prime interviste importanti dove ci chiedevano di parlare del nostro lavoro, insomma ci sono stati molti momenti salienti. Sicuramente non dimenticherò mai la tensione, poi la grande gioia che il risultato finale ci ha portato. Lo ripeto, ancora mi sembra impossibile!

Grazie Alberto e grazie Francesco per la disponibilità. Bellissimo lavorare con voi a questa duplice intervista doppia.
Ma non è ancora tutto. Ho fatto qualche domanda al protagonista di questa bellissima favola dal sapore cinematografico.

 

L’ATTESA RESISTENTE
Piccola storica intervista a Simone Massi

Silenzioso, restio e fuori dai riflettori come sempre, Simone Massi è il padre spirituale di Animata resistenza. Ha accolto per qualche settimana Francesco e Alberto nella sua casa e ha raccontato la sua vita, il suo modo di fare cinema, la sensibilità e il legame con la sua terra, le sue persone, le radici e la resistenza partigiana, ieri e oggi.
Ha realizzato un nuovo film d’animazione. L’attesa del maggio.
Quadro familiare, un bracciante e una massaia, a casa, lui con mano fermamente appoggiata al tavolo. Sono in attesa.
Simone, sospeso in un limbo bianco, giacca nera e sciarpa rossa, la sfila dal collo. E’ pronto.
Una poesia: «Lo sguardo teso e l’orecchio a cercare li ho reimparati da Julia, ma fatico a distinguerli dalle foglie. Il maggio, il  merlo si nascondono al momento del canto, non si fanno vedere.»
Capo chino, spalle alla camera, percorre e calpesta erbose colline. Il percorso del ritorno, la strada verso casa, un viaggio che parte da Nuvole, mani. L’esilio è finito.
Vento, uccelli, pioggia, una processione, una chiesa, un altare, voci, ruscelli, valige, nuvole. Il ritorno.
Simone è in piedi davanti a un tavolo.

INTERVISTA A SIMONE MASSI

SENSAZIONI
Dalla realizzazione di “piccoli” film d’animazione a soggetto di un documentario sulla tua vita. Che sensazione si prova?

Ho ottenuto molte soddisfazioni, centinaia di premi e parole che potevano stordirmi e lasciarmi a terra ma ho sempre mantenuto un certo distacco ed è stata la mia fortuna. Perché io non devo pensare a guardarmi allo specchio ma a lavorare. Un documentario su di me significa che qualcosa di buono l’ho combinata, almeno per gli autori del film, altro non mi viene in mente.

PREVISIONI
Hai conosciuto Francesco Montagner durante un festival, ti ha esposto la sua idea di realizzare un documentario su di te, poi lo hai visto entrare in casa insieme ad Alberto Girotto. Nel momento in cui hanno varcato la soglia della porta avresti mai pensato che quei due giovani registi, nemmeno un anno e mezzo dopo, avrebbero levato al cielo il Leone di Venezia71?

No, certo. Ma solo perché i miei pensieri sono sempre mirati al presente o comunque al tempo che gli sta più vicino. Nel momento in cui Francesco e Alberto sono entrati in casa ho pensato a dargli tutto quello avevo e potevo. Era una cosa nuova e c’erano tutti quegli istinti e atteggiamenti che riguardano e si riservano alle cose nuove: curiosità, attenzione, energie, fervore. Le aspettative hanno cominciato a prendere corpo soltanto a film finito, il sogno era la selezione a Venezia e credo che nessuno di noi potesse spingersi oltre. A premio ottenuto saltano fuori quelli esterni al film che se lo sentivano ma sono sciocchezze. Io alle intuizioni ci posso anche credere a patto che ci sia una base: aver partecipato al film, averlo visto, trovarsi al Lido nei giorni della Mostra…

POETICA
Ci sono momenti del documentario dove la tua poetica di regista ha preso la scena? Quali sequenze ami di più di Animata resistenza? Quelle dove emerge la tua vita, la tua etica e pensiero o quelle sul tuo cinema?

Il primo pensiero era di fare la mia parte, tutto quello che mi veniva chiesto di fare, il secondo era quello di rendermi utile come potevo e dunque sì, anche con delle idee e dei consigli. Cercando di non essere invadente perché i ruoli erano chiari e nessuno ha mai tentato di metterli in discussione. Alcune idee sono state accolte e altre no com’è giusto, alcune sono finite nel film e altre tagliate come succede. A vedermi sullo schermo mi imbarazza, e in particolare quando apro bocca. Fossi stato io il regista mi sarei tagliato fino a ridurmi a muta comparsa e avrei lasciato spazio a quel che davvero dice e commuove: le colline viste dall’alto, le ombre che si spostano sul paesaggio, i cani e le altre bestiole, gli anziani che lavorano o raccontano. Neanche a dirlo sono queste le sequenze del film che amo di più.
Delle scene in cui compaio io mi piacciono quelle dove cammino e sto zitto: sulla collina insieme a Julia, sul monte innevato insieme a un cane, davanti alla casa colonica abbandonata. E’ buona anche la scena in cui un piccione mi vola sopra la testa e sorrido.

GENESI
La genesi di Animata resistenza è stata parallela a quella del tuo ultimo film d’animazione, L’attesa del maggio. La stampa si è soffermata un po’ più sul documentario, ma Giannalberto Bendazzi, il più importante critico mondiale di cinema d’animazione, ha commentato così la tua ultima fatica: «Non mi sento di dire che è il film più bello di Simone Massi. Mi sento di dire che, secondo me, è il più bel capitolo (finora) di quel romanzo in poesia che sta sviluppando da quando fa cinema». Simili critiche ti inorgogliscono ancora come gli elogi degli esordi? E poi, cosa hai provato nel realizzare questo film in un momento tanto cruciale nella tua carriera di animatore resistente?

Come dicevo sono sempre stato impermeabile ai riconoscimenti (siano parole, premi o un documentario su di me, poco cambia) ma ciò non toglie che le parole di Bendazzi mi abbiano fatto particolarmente piacere. Anche perché Giannalberto è uno che prende parecchio sul serio il suo mestiere e non fa sconti. Fra un po’ salterà fuori qualcuno che conta meno di lui e che non sarà d’accordo e chi dirà o scriverà parole diverse ma in tutta franchezza è un pensiero che non mi toglie il sonno.
Cosa ho provato a realizzare questo film? Niente, è il mio lavoro. C’è stata fatica, tensione e pochissimo altro. Delle pressioni esterne che non ci dovevano essere e pure ci sono state: ti posso dire questo, non succederà più. Qualcuno scambia la mia educazione contadina per fesseria asinina. Può essere, ma sono stanco e il mio carico l’ho portato: è probabile che presto comincerò anch’io a tirare qualche calcio.

MAGGIO ATTESO
Cosa racconta L’attesa del maggio? Lo stile usato e la tecnica usate si legano di più al cinema delle tue origini, più onirico e bianco, o al tuo ultimo filone, più sofferto, marcato e rosso?

L’animazione nuova vuol’essere prima di tutto un ritorno a casa. Credo che il motivo più forte del film fosse appunto porre fine all’esilio di “Nuvole, mani” e fare il percorso inverso. Inizialmente il viaggio di ritorno è travagliato perché riprende e ripercorre luoghi e tematiche dei “film rossi”, ma sul finale tutto si placa e si fa leggero, ho volutamente cercato di recuperare le atmosfere di “Pittore, aereo”, il film che nel 2001 chiudeva la fase sperimentale e di ricerca cominciata a scuola e ne apriva una nuova, personale, autoriale. La stessa che ho cercato di affinare e portare avanti per tutti questi anni. Un ritorno a casa, appunto.

LIBRO
Nuvole e mani: il cinema animato di Simone Massi a cura di Fabrizio Tassi. È il secondo libro sulla tua poetica cinematografica, con allegato il documentario Animata resistenza e la raccolta di tutti i tuoi film. Stavolta è una delle più importanti case editrici indipendenti d’Italia a pubblicare, la Minimum fax. Come è nata questa nuova avventura editoriale? Cosa si prova, a soli 44 anni, ad avere due libri e un documentario che raccontano la tua vita?

Il precedente cofanetto “Poesia Bianca” di fatto non è mai stato distribuito né ristampato e nei cinque anni in cui il mio lavoro è stato legato alla Cineteca Italiana ho letteralmente contato i giorni che mi separavano dalla scadenza del contratto. Un paio di anni fa ho cominciato a muovermi, ho coinvolto Fabrizio Tassi che ha proposto il libro alle più importanti case editrici italiane. La Minimum Fax è stata la sola a rispondere positivamente e a dimostrare interesse nei confronti del mio lavoro. Due libri e un documentario su di me: sono contento, che vuoi che ti dica. Ma potrebbe anche non essere vero.

 

Peppe De Angelis
organizzatore CortoperScelta 2003-2013

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Muto di BLU recensione

Primo Premio CortoperScelta 2008 sezione CortoItalia

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Come definirlo? Un cortometraggio, una video-performance, un documentario urbano, un cartone animato… A voler essere complessi, potremmo chiamarlo “stop-motion applicata alla street art”. 1° premio ex-aequo a CortoperScelta 2008, Muto è uno dei corti più sensazionali degli ultimi anni. Il suo autore (ormai noto a livello internazionale) si fa chiamare “Blu”, uno pseudonimo come tutti gli artisti di strada. Muto è il “racconto” di una irripetibile impresa consumata lungo i muri delle città di Baden (Germania) e di Buenos Aires (il passaggio da una all’altra è impercettibile). C’è del metodo nella sua follia: Blu compone il suo graffito alla parete, lo filma per il necessario venticinquesimo di secondo, poi modifica la figura quel tanto che basta per dare l’illusione del movimento, la filma ancora, quindi torna a dipingere… e così via per sette incredibili minuti. La tecnica è appunto quella gloriosa del “passo-uno”, solo che al posto di pupazzi tridimensionali Blu utilizza dei disegni, creando letteralmente “pittura cinetica”. Come se Walt Disney avesse concepito tutta Cenerentola in un unico foglio, infinitamente ricancellato. Prigioniero di un corpo collettivo quotidianamente nutrito di passanti, automobili, marciapiedi, spazzatura e ostacoli vari, intonaci scrostati e afflitti da insegne, manifesti, scritte e sempre nuovi disegni, Muto racconta con lucido sarcasmo la crescita e la morte, l’eterna ansia di mangiare/mutare di una creatura mai appagata del proprio aspetto, che striscia sui muri come un fantasma, che assume la forma dell’architettura che la ingabbia: un omino bianco dal contorno nero che si fa strada attraverso crepe, soffitti, botole, nell’assurdo desiderio di sopravvivere alla propria inevitabile cancellazione. Accompagnati dalla puntuale musica concreta di Andrea Martignoni, si parte in Europa con una mano che sfila via un mattone, si chiude in America con un angoscioso teschio nero sbranato dalle formiche.Tra i due estremi, secoli di arte fagocitati quasi con sprezzo: Basquiat e Goya, Bruno Bozzetto e Lucio Fontana, Chagall e Bacon, fino al Sisifo di Marcell Jankovics. Certo, Blu sa essere anche altro, come nel disturbante Child (2005), dove una tenerissima creatura nasce nell’uovo di una confezione da sei, per scendere lungo l’esofago di un anonimo consumatore. Ma Muto è il vero e proprio manifesto della sua arte: una smisurata dichiarazione d’amore per il cinema, per tutto ciò che il cinema può divorare.

Dante Albanesi
pubblicato su “La linea dell’occhio” n. 60 – (Autunno, 2008)
www.lalineadellocchio.it

GUARDA il VIDEO: BLU
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Resistencia di Caterina Gueli

2° premio CortoperScelta 2008 sezione CortoItalia.

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L’inizio: una voce fuori campo (Osvaldo Alzari) grave, lontana e distaccata, immagini di foto scoperte da un movimento di macchina lentissimo, che inevitabilmente le scolpisce, una musica dissonante che amplifica questa atmosfera di nebulosità.
Chi racconta non ricorda e sembra emergere da territori lontanissimi, quasi un fantasma.
Ecco, però, che lentamente qualche immagine si fa ricordare: il fiume, il paese, appunto Resistencia, la fabbrica, gli operai… Mentre le immagini continuano a scorrore “cesellate” sullo schermo, la musica diventa “suono della realtà” ed anche il ricordo si fa più preciso fino alla scoperta che lui, chi racconta, era il padrone della fabbrica, l’attore principale di quella che fu “la conquista del deserto”, la colonizzazione del Chaco argentino.
Resistencia è certamente anche un film di denuncia, ma in modo molto implicito. Caterina Gueli è riuscita a fare da un lato una operazione di tipo verista: diventare cioè l’io narrante, assumerne la coscienza; dall’altra però una coscienza che sembra provenire dall’oltretomba.
Ecco che Resistencia diventa anche un corto sul Tempo, sulla Distanza che il tempo produce, sulla bellezza dell’esistenza che fu e forse della sua inesorabile inutilità. Un corto che va oltre la denuncia per diventare poesia tra sentimento e pensiero, tra storia e filosofia.

Gianni Quilici

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Regia, soggetto, sceneggiatura: Caterina Gueli
Fotografia, montaggio, suono, produttore: Caterina Gueli, Felice D’Agostino
Musica: Gebbard Ullmann, Juergen Kupke, Michael Thieke
Voce: Osvaldo Alzari
Italia 2007. DVcam. Dur: 12′

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Rita Hayworth in Gilda

8 Marzo 2008. 100 anni di festa della donna.
dedicato a tutte le donne e alla loro immortale femminilità…

Triangolo noire tra i più famosi nella storia del cinema, Gilda racconta della fatalità di una donna amata da due uomini uniti nell’amicizia e nel lavoro: Johnny Farrell (Glenn Ford) e Ballin Mundson (George Macready). Inarrivabile dark lady, Gilda (Rita Hayworth) è sensuale e innocente, rappresenta il trionfo del corpo femminile sugli schermi, costruito sull’ambiguità del piacere. Sulle note di Put the Blame on Mame, in uno dei balletti più famosi della storia del cinema, lo spettatore odierno è portato a immaginare uno spogliarello molto più audace e ardito, ma nel 1946 osare in quel modo con il corpo femminile era cosa insolita, ai limiti del “Codice Hayes” che a quei tempi imperava con atti di censura che costringevano i registi a ripensare le inquadrature di intere sequenze. Il proibito in questo caso viene quasi svelato per induzione dalla macchina da presa con qualche controcampo. Un semplice trucco di regia usato per mostrare tutte le fantasie dell’uomo stregato da tanta bellezza, sia vista che immaginata. A tanta sensualità fa da contraltare la fragilità di Gilda, straziata dall’amore impossibile che prova per Johnny. In questo menage a trois lo stretto rapporto tra i Johnny e Ballin rappresenta una delle punte più alte del cinema noire, che molto spesso si è avvicinato a tali soglie di masochismo, ma che mai era riuscito a esprimere con tanta abilità.

Giuseppe De Angelis

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la donna è come un bastone con la lama retrattile: ha l’aria di essere una cosa e sotto i tuoi occhi ne diventa un’altra
Johnny Farrel in Gilda, Charles Vidor (1946)

Gida manifesto

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Corti d’autore: capitolo 5. “Buongiorno” di Melo Prino

Ecco una recensione di Dante Albanesi sul cortometraggio italiano più premiato di tutti i tempi. A CortoperScelta 2005, Melo Prino si è aggiudicato con Buongiorno il primo premio assoluto e il premo Linea dell’occhio.

buongiorno

Un uomo si sveglia. Prime luci del mattino tra le tende. La stanza è spoglia, ma ben arredata, tutta sul bianco. L’uomo si alza, attraversa il corridoio, entra in bagno. Si lava la faccia, accostandosi allo specchio. Ancora immerso nei fumi del sonno, si blocca a scrutare il proprio aspetto. Quando all’improvviso la sua immagine gli strilla addosso: “Buongiorno!” Era soltanto un incubo. L’uomo si ridesta sconvolto, torna in bagno. Ma l’incubo è lì ad attenderlo. Parte così una tremenda giostra di spaventi e risvegli, mentre il Morricone di C’era una volta il west scandisce l’epico duello, con il doppio allo specchio che si fa sempre più minaccioso, grottesco, si scinde, si moltiplica come i frammenti di un vetro infranto, fino a conquistare definitivamente il campo e a cacciare fuori dalla porta l’inutile duplicato reale.
Vincitore di innumerevoli festival, Buongiorno di Melo Prino è uno dei corti italiani più originali degli ultimi anni. Magico equilibrio tra comicità, senso del ritmo, astrazione, surrealismo. Quando non bastano le parole, l’intelligenza di una regia si misura con un cronometro: solo così si può apprezzare la maestria di tagli infinitesimali, di sapienti accelerazioni e puntuali sincopi, musiche roboanti e raggelati silenzi. Si misura con la geometria: solo così si apprezza l’asciutta linearità della scenografia, i rettilinei incrociati degli sguardi, i percorsi ripetuti eppure sempre variati, l’imbuto del corridoio che collega come un cordone ombelicale la realtà che riposa in camera e il sogno che prospera in bagno. Tutti i registi italiani che sciupano inquadrature ambientazioni carrellate psicologie e chiacchiere dovrebbero studiare Buongiorno. E gli specchi dovrebbero smetterla di riflettere.

dantealbanesi “La Linea dell’Occhio”

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buongiorno_1.jpg

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Corti d’autore: capitolo 3. “Piccola Mare” di Simone Massi

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The Simpsons: India Outsourcing

Un breve sguardo (7 minuti) all’episodio dei Simpson chiamato Kiss Kiss Bang Bangalore. Modificato da uno studente per una presentazione universitaria.

Un’analisi cinico-satirica dell’economia occidentale, sempre più orientata verso l’outsourcing internazionale per sfruttare le risorse di Paesi in via di sviluppo, come l’India in questo caso, per trarre maggior profitto nel sistema economico globale.
Nodo centrale della storia è l’ascesa di Homer: da responsabile del settore internazionale della centrale nucleare del diabolico Montgomery Burns, a “crudele” dio incontrastato e adorato dai suoi dipendenti indiani; un chiaro riferimento al capitano Kurts (Brando) in Apocalipse Now di Francis Ford Coppola. Ciò mostra quanto i Simpson abbiano sempre presente e chiara l’idea di come fare cinema: brillanti riferimenti a capolavori del cinema inseriti in sceneggiature tanto ben congegnate da essere degne di grandi film. Ottima la sintesi per questi 7 minuti in lingua originale.

Peppe De Angelis

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Corti d’Autore: capitolo 4. “Due Uomini e un armadio” di Roman Polanski

di Gianni Quilici

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Immaginiamo di aver visto questo corto nel 1958 a Bruxelles o a San Francisco in due Festival, in cui otterrà importanti riconoscimenti. Che cosa avremmo pensato?Forse avremmo avuto la stessa impressione che già provammo qualche anno fa: di trovarci di fronte ad un piccolo capolavoro [piccolo per la dimensione temporale: 15 minuti].E però, diversamente da qualche anno fa, ci saremmo certamente chiesti:” Ma chi è questo regista?”Avremmo forse memorizzato il nome accattivante: “Roman Polanski”; l’età: soltanto 21 anni e saremmo forse rimasti ancora più stupiti nel sapere della sua presenza nel film nella particina del teppistello vigliacco, che sferra, protetto dal gruppo, una gragnola di pugni a uno dei due uomini. Stupiti, perché Polanski sembra ancora più giovane dei suoi 21 anni, quasi un minorenne.Invece già in Due uomini e un armadio (egli) dimostra una maturità di pensiero e di regia, che non solo regge il tempo, ma che lo fa essere oggi (questo cortometraggio), in questa congiuntura storica, sicuramente più comprensibile. Non è un caso.Torniamo un attimo indietro, facendoci aiutare dal libro autobiografico dello stesso Polanski (1).In quegli anni P. è un allievo della (famosa) Scuola di Lodz e ha appena realizzato un corto provocatorio (per quei tempi) Rompiamo la festa ( Rorbijemy Zabawe, 1958), punito dai responsabili della Scuola con una dura “ammenda cinematografica”: fare un film supplementare, che P. girerà, infatti, durante le vacanze: Due uomini e un armadio, appunto.Polanski, comunque, ha già le idee chiare (e pertinenti) sulle peculiarità che un cortometraggio deve contenere.Primo: essere “essenziale, senza dialogo(2)”. Secondo: essere semplice, perché, come dichiara “più siete semplici, più voi siete complicati al tempo stesso, ma in modo più profondo, non superficiale”(3).Ci riesce? Sì, diciamo la parola: genialmente. Continue Reading »

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Corti d’Autore: Capitolo 3. “Piccola mare” di Simone Massi

di Enrico De Angelis

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Con Piccola Mare siamo di fronte ad una delle opere più originali ed oniriche di Simone Massi. Si tratta di un cortometraggio che esula dai canoni della sua produzione in particolare per la realizzazione a colori. L’autore pergolese ha sempre privilegiato la realizzazione delle sue opere in bianco e nero con piccole presenze di colore (solitamente il rosso). La sorpresa più bella è vedere come questi siano in uno stato di fermento e pulsino di vita propria. Il maggiore utilizzo del blu pare indicare un’ideale collocazione temporale del corto nel cuore della notte.
Le immagini scorrono, una di seguito all’altra; con un punto di vista originale a volo d’uccello, con persone, animali e luoghi della memoria. Memorie e pensieri sono presentati dalla voce narrante di Marco Paolini e accompagnati dalle musiche di Nick Phelps in un’atmosfera che viaggia tra sogno e realtà, dove le emozioni dell’autore sono evocate piuttosto che spiegate. La colonna sonora si insinua tra un fotogramma e l’altro, avvolge le immagini e le accompagna dolcemente in un sogno magico. I rumori del treno, del mare, di un tuffo in acqua e il verso di un gabbiano non sono un disturbo, ma una sorta di variante che si sposa perfettamente con la colonna sonora, arricchendola ed esaltandola.
Questo “ideale viaggio” nei pensieri è aperto con un brevissimo pezzo di pochi secondi in cui l’autore delinea un tipico scorcio di campagna marchigiana, con i suoi piccoli fazzoletti di terra diversi uno dall’altro per dimensione e colore. Un breve omaggio che l’autore fà alle sue origini, fattore ricorrente nella sua produzione cinematografica, quasi a voler lasciare il tangibile ricordo di un passato comune a tanti e che è ancora presente dentro di noi.
Un invito alla visione che d’incanto può trasformarsi in sogno da vivere intensamente senza esitazioni. Si è di fronte a qualcosa di nuovo e vivo come tutta la produzione di Simone Massi, ma in questa occasione alcune emozioni trasmesse sono accentuate anche grazie al perfetto connubio che si realizza tra immagini, musiche e voce narrante.

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La memoria dei cani. Intervista a Simone Massi

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Corti d’Autore: Capitolo 2. Nanni Moretti, Il giorno della prima di Close-up

di Gianni Quilici

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In questo corto Nanni Moretti risponde praticamente e poeticamente ad una domanda, che potrebbe essere: “Come dovrebbe essere una sala che ama il cinema e i suoi spettatori?”.
Moretti è l’esercente del “Nuovo Sacher” -come nella realtà è- che consiglia la cassiera al telefono, controlla la qualità dei panini, l’ordine in cui sono disposti nella libreria i giovani scrittori italiani; è lo stesso che sale frettolosamente le scale fino alla saletta di proiezione per aggiustare “un capellino” la messa a fuoco; è infine lo stesso che apre la tenda della sala e ci offre un’immagine di Close Up di Kiarostami, velocemente, ma abbastanza per rivelarci la sua struggente poesia.
Film sociologico e poetico. Pensoso e leggero. La leggerezza dell'(auto)ironia. E’ un film non solo sui film, ma sul cinema come produzione, distribuzione,esercizio. E’ una dichiarazione d’amore per il cinema di poesia contro il cinema commerciale. Un film, infine, in cui la leggerezza è pari alla sua profondità. Se non si coglie la profondità, però, non si apprezza la leggerezza.

 

Il giorno della prima di Close Up di e con Nanni Moretti
Italia 1996. Durata: 7′
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SACHER FILM

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Corti d’Autore: Capitolo 1. The Last Customer di Nanni Moretti

Ecco il primo capitolo della rubrica “Corti d’autore, nella quale verranno presentati alcuni grandi cortometraggi che hanno già fatto la storia del cinema. Nella rubrica ci sarà spazio anche per nuovi registi, autori di opere strepitose, che sono ancora relegate al solo circuito dei festival.
La recensione che segue è di Gianni Quilici

 

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I corti di Nanni Moretti sono poesia. Lo era Il giorno della prima di Close up, lo è questo.
Perché sa giungere al cuore. Non di colpo. Progressivamente, per accumulo di situazioni. Le emozioni, in questo caso, non sono la fiction, ma il documentario.
I protagonisti sono, infatti, i titolari di una vecchia farmacia di New York, i Gardini, di origine italiana, ed i loro clienti. E’ l’ultimo giorno di (s)vendita ed è anche la festa d’addio. L’indomani questa farmacia, presente nel quartiere da oltre cinquant’anni, verrà distrutta.
Moretti registra questa giornata, in cui i proprietari e giovani e vecchi clienti ricordano e si abbracciano, con ironia e affetto. Ecco, dalle loro parole, emergere, insieme a ritratti anche eccentrici, una storia di sentimenti, una comune appartenenza, che la farmacia con la sua storia bene ha simbolizzato.
Le immagini iniziali e finali della demolizione del palazzo per far posto ad un grattacielo diventano così, implicitamente, un pugno allo stomaco nei confronti di quel microcosmo vivo, che festeggia tra il dolente e, come contrappunto, il divertito, la memoria della farmacia, che da domani sarà cancellata e che è già nostalgia; in qualche caso, dolore.
Moretti filma questo contrasto con asciuttezza, senza alcuna ridondanza, se non quella di una colonna sonora sobriamente nostalgica, lo fa parlare, lo cattura anche visivamente, lo taglia al momento giusto e lo alleggerisce, facendolo diventare racconto, emozione, cinema.
Impossibile non vedere The Last Customer anche come un apologo. Infatti New York, che è stata colpita e ferita, proprio nel suo centro più simbolico, è però anche il luogo che perennemente si autodistrugge, certo per rinnovarsi , ma anche perdendo la sua memoria, come il corto di Moretti ben rappresenta. Un apologo, che, anche perché molto implicito e lieve, rende forse nel suo fondo l’atto di accusa ancora più violento.
Un amico diceva: “Che ci vuole a fare un film così!”
Pensavo con Brecht: “La semplicità che è difficile a farsi” e spesso a capirsi.

Gianni Quilici
pubblicato in La linea dell’occhio n. 48. Primavera 2004.
The Last Customer (L’ultimo cliente) di Nanni Moretti.
Italia 2003. Durata: 23′.

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