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Muto di BLU recensione

Primo Premio CortoperScelta 2008 sezione CortoItalia

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Come definirlo? Un cortometraggio, una video-performance, un documentario urbano, un cartone animato… A voler essere complessi, potremmo chiamarlo “stop-motion applicata alla street art”. 1° premio ex-aequo a CortoperScelta 2008, Muto è uno dei corti più sensazionali degli ultimi anni. Il suo autore (ormai noto a livello internazionale) si fa chiamare “Blu”, uno pseudonimo come tutti gli artisti di strada. Muto è il “racconto” di una irripetibile impresa consumata lungo i muri delle città di Baden (Germania) e di Buenos Aires (il passaggio da una all’altra è impercettibile). C’è del metodo nella sua follia: Blu compone il suo graffito alla parete, lo filma per il necessario venticinquesimo di secondo, poi modifica la figura quel tanto che basta per dare l’illusione del movimento, la filma ancora, quindi torna a dipingere… e così via per sette incredibili minuti. La tecnica è appunto quella gloriosa del “passo-uno”, solo che al posto di pupazzi tridimensionali Blu utilizza dei disegni, creando letteralmente “pittura cinetica”. Come se Walt Disney avesse concepito tutta Cenerentola in un unico foglio, infinitamente ricancellato. Prigioniero di un corpo collettivo quotidianamente nutrito di passanti, automobili, marciapiedi, spazzatura e ostacoli vari, intonaci scrostati e afflitti da insegne, manifesti, scritte e sempre nuovi disegni, Muto racconta con lucido sarcasmo la crescita e la morte, l’eterna ansia di mangiare/mutare di una creatura mai appagata del proprio aspetto, che striscia sui muri come un fantasma, che assume la forma dell’architettura che la ingabbia: un omino bianco dal contorno nero che si fa strada attraverso crepe, soffitti, botole, nell’assurdo desiderio di sopravvivere alla propria inevitabile cancellazione. Accompagnati dalla puntuale musica concreta di Andrea Martignoni, si parte in Europa con una mano che sfila via un mattone, si chiude in America con un angoscioso teschio nero sbranato dalle formiche.Tra i due estremi, secoli di arte fagocitati quasi con sprezzo: Basquiat e Goya, Bruno Bozzetto e Lucio Fontana, Chagall e Bacon, fino al Sisifo di Marcell Jankovics. Certo, Blu sa essere anche altro, come nel disturbante Child (2005), dove una tenerissima creatura nasce nell’uovo di una confezione da sei, per scendere lungo l’esofago di un anonimo consumatore. Ma Muto è il vero e proprio manifesto della sua arte: una smisurata dichiarazione d’amore per il cinema, per tutto ciò che il cinema può divorare.

Dante Albanesi
pubblicato su “La linea dell’occhio” n. 60 – (Autunno, 2008)
www.lalineadellocchio.it

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Resistencia di Caterina Gueli

2° premio CortoperScelta 2008 sezione CortoItalia.

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L’inizio: una voce fuori campo (Osvaldo Alzari) grave, lontana e distaccata, immagini di foto scoperte da un movimento di macchina lentissimo, che inevitabilmente le scolpisce, una musica dissonante che amplifica questa atmosfera di nebulosità.
Chi racconta non ricorda e sembra emergere da territori lontanissimi, quasi un fantasma.
Ecco, però, che lentamente qualche immagine si fa ricordare: il fiume, il paese, appunto Resistencia, la fabbrica, gli operai… Mentre le immagini continuano a scorrore “cesellate” sullo schermo, la musica diventa “suono della realtà” ed anche il ricordo si fa più preciso fino alla scoperta che lui, chi racconta, era il padrone della fabbrica, l’attore principale di quella che fu “la conquista del deserto”, la colonizzazione del Chaco argentino.
Resistencia è certamente anche un film di denuncia, ma in modo molto implicito. Caterina Gueli è riuscita a fare da un lato una operazione di tipo verista: diventare cioè l’io narrante, assumerne la coscienza; dall’altra però una coscienza che sembra provenire dall’oltretomba.
Ecco che Resistencia diventa anche un corto sul Tempo, sulla Distanza che il tempo produce, sulla bellezza dell’esistenza che fu e forse della sua inesorabile inutilità. Un corto che va oltre la denuncia per diventare poesia tra sentimento e pensiero, tra storia e filosofia.

Gianni Quilici

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Regia, soggetto, sceneggiatura: Caterina Gueli
Fotografia, montaggio, suono, produttore: Caterina Gueli, Felice D’Agostino
Musica: Gebbard Ullmann, Juergen Kupke, Michael Thieke
Voce: Osvaldo Alzari
Italia 2007. DVcam. Dur: 12′

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Rita Hayworth in Gilda

8 Marzo 2008. 100 anni di festa della donna.
dedicato a tutte le donne e alla loro immortale femminilità…

Triangolo noire tra i più famosi nella storia del cinema, Gilda racconta della fatalità di una donna amata da due uomini uniti nell’amicizia e nel lavoro: Johnny Farrell (Glenn Ford) e Ballin Mundson (George Macready). Inarrivabile dark lady, Gilda (Rita Hayworth) è sensuale e innocente, rappresenta il trionfo del corpo femminile sugli schermi, costruito sull’ambiguità del piacere. Sulle note di Put the Blame on Mame, in uno dei balletti più famosi della storia del cinema, lo spettatore odierno è portato a immaginare uno spogliarello molto più audace e ardito, ma nel 1946 osare in quel modo con il corpo femminile era cosa insolita, ai limiti del “Codice Hayes” che a quei tempi imperava con atti di censura che costringevano i registi a ripensare le inquadrature di intere sequenze. Il proibito in questo caso viene quasi svelato per induzione dalla macchina da presa con qualche controcampo. Un semplice trucco di regia usato per mostrare tutte le fantasie dell’uomo stregato da tanta bellezza, sia vista che immaginata. A tanta sensualità fa da contraltare la fragilità di Gilda, straziata dall’amore impossibile che prova per Johnny. In questo menage a trois lo stretto rapporto tra i Johnny e Ballin rappresenta una delle punte più alte del cinema noire, che molto spesso si è avvicinato a tali soglie di masochismo, ma che mai era riuscito a esprimere con tanta abilità.

Giuseppe De Angelis

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la donna è come un bastone con la lama retrattile: ha l’aria di essere una cosa e sotto i tuoi occhi ne diventa un’altra
Johnny Farrel in Gilda, Charles Vidor (1946)

Gida manifesto

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Corti d’autore: capitolo 5. “Buongiorno” di Melo Prino

Ecco una recensione di Dante Albanesi sul cortometraggio italiano più premiato di tutti i tempi. A CortoperScelta 2005, Melo Prino si è aggiudicato con Buongiorno il primo premio assoluto e il premo Linea dell’occhio.

buongiorno

Un uomo si sveglia. Prime luci del mattino tra le tende. La stanza è spoglia, ma ben arredata, tutta sul bianco. L’uomo si alza, attraversa il corridoio, entra in bagno. Si lava la faccia, accostandosi allo specchio. Ancora immerso nei fumi del sonno, si blocca a scrutare il proprio aspetto. Quando all’improvviso la sua immagine gli strilla addosso: “Buongiorno!” Era soltanto un incubo. L’uomo si ridesta sconvolto, torna in bagno. Ma l’incubo è lì ad attenderlo. Parte così una tremenda giostra di spaventi e risvegli, mentre il Morricone di C’era una volta il west scandisce l’epico duello, con il doppio allo specchio che si fa sempre più minaccioso, grottesco, si scinde, si moltiplica come i frammenti di un vetro infranto, fino a conquistare definitivamente il campo e a cacciare fuori dalla porta l’inutile duplicato reale.
Vincitore di innumerevoli festival, Buongiorno di Melo Prino è uno dei corti italiani più originali degli ultimi anni. Magico equilibrio tra comicità, senso del ritmo, astrazione, surrealismo. Quando non bastano le parole, l’intelligenza di una regia si misura con un cronometro: solo così si può apprezzare la maestria di tagli infinitesimali, di sapienti accelerazioni e puntuali sincopi, musiche roboanti e raggelati silenzi. Si misura con la geometria: solo così si apprezza l’asciutta linearità della scenografia, i rettilinei incrociati degli sguardi, i percorsi ripetuti eppure sempre variati, l’imbuto del corridoio che collega come un cordone ombelicale la realtà che riposa in camera e il sogno che prospera in bagno. Tutti i registi italiani che sciupano inquadrature ambientazioni carrellate psicologie e chiacchiere dovrebbero studiare Buongiorno. E gli specchi dovrebbero smetterla di riflettere.

dantealbanesi “La Linea dell’Occhio”

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Corti d’autore: capitolo 3. “Piccola Mare” di Simone Massi

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The Simpsons: India Outsourcing

Un breve sguardo (7 minuti) all’episodio dei Simpson chiamato Kiss Kiss Bang Bangalore. Modificato da uno studente per una presentazione universitaria.

Un’analisi cinico-satirica dell’economia occidentale, sempre più orientata verso l’outsourcing internazionale per sfruttare le risorse di Paesi in via di sviluppo, come l’India in questo caso, per trarre maggior profitto nel sistema economico globale.
Nodo centrale della storia è l’ascesa di Homer: da responsabile del settore internazionale della centrale nucleare del diabolico Montgomery Burns, a “crudele” dio incontrastato e adorato dai suoi dipendenti indiani; un chiaro riferimento al capitano Kurts (Brando) in Apocalipse Now di Francis Ford Coppola. Ciò mostra quanto i Simpson abbiano sempre presente e chiara l’idea di come fare cinema: brillanti riferimenti a capolavori del cinema inseriti in sceneggiature tanto ben congegnate da essere degne di grandi film. Ottima la sintesi per questi 7 minuti in lingua originale.

Peppe De Angelis

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Corti d’Autore: capitolo 4. “Due Uomini e un armadio” di Roman Polanski

di Gianni Quilici

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Immaginiamo di aver visto questo corto nel 1958 a Bruxelles o a San Francisco in due Festival, in cui otterrà importanti riconoscimenti. Che cosa avremmo pensato?Forse avremmo avuto la stessa impressione che già provammo qualche anno fa: di trovarci di fronte ad un piccolo capolavoro [piccolo per la dimensione temporale: 15 minuti].E però, diversamente da qualche anno fa, ci saremmo certamente chiesti:” Ma chi è questo regista?”Avremmo forse memorizzato il nome accattivante: “Roman Polanski”; l’età: soltanto 21 anni e saremmo forse rimasti ancora più stupiti nel sapere della sua presenza nel film nella particina del teppistello vigliacco, che sferra, protetto dal gruppo, una gragnola di pugni a uno dei due uomini. Stupiti, perché Polanski sembra ancora più giovane dei suoi 21 anni, quasi un minorenne.Invece già in Due uomini e un armadio (egli) dimostra una maturità di pensiero e di regia, che non solo regge il tempo, ma che lo fa essere oggi (questo cortometraggio), in questa congiuntura storica, sicuramente più comprensibile. Non è un caso.Torniamo un attimo indietro, facendoci aiutare dal libro autobiografico dello stesso Polanski (1).In quegli anni P. è un allievo della (famosa) Scuola di Lodz e ha appena realizzato un corto provocatorio (per quei tempi) Rompiamo la festa ( Rorbijemy Zabawe, 1958), punito dai responsabili della Scuola con una dura “ammenda cinematografica”: fare un film supplementare, che P. girerà, infatti, durante le vacanze: Due uomini e un armadio, appunto.Polanski, comunque, ha già le idee chiare (e pertinenti) sulle peculiarità che un cortometraggio deve contenere.Primo: essere “essenziale, senza dialogo(2)”. Secondo: essere semplice, perché, come dichiara “più siete semplici, più voi siete complicati al tempo stesso, ma in modo più profondo, non superficiale”(3).Ci riesce? Sì, diciamo la parola: genialmente. Continue Reading »

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Corti d’Autore: Capitolo 3. “Piccola mare” di Simone Massi

di Enrico De Angelis

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Con Piccola Mare siamo di fronte ad una delle opere più originali ed oniriche di Simone Massi. Si tratta di un cortometraggio che esula dai canoni della sua produzione in particolare per la realizzazione a colori. L’autore pergolese ha sempre privilegiato la realizzazione delle sue opere in bianco e nero con piccole presenze di colore (solitamente il rosso). La sorpresa più bella è vedere come questi siano in uno stato di fermento e pulsino di vita propria. Il maggiore utilizzo del blu pare indicare un’ideale collocazione temporale del corto nel cuore della notte.
Le immagini scorrono, una di seguito all’altra; con un punto di vista originale a volo d’uccello, con persone, animali e luoghi della memoria. Memorie e pensieri sono presentati dalla voce narrante di Marco Paolini e accompagnati dalle musiche di Nick Phelps in un’atmosfera che viaggia tra sogno e realtà, dove le emozioni dell’autore sono evocate piuttosto che spiegate. La colonna sonora si insinua tra un fotogramma e l’altro, avvolge le immagini e le accompagna dolcemente in un sogno magico. I rumori del treno, del mare, di un tuffo in acqua e il verso di un gabbiano non sono un disturbo, ma una sorta di variante che si sposa perfettamente con la colonna sonora, arricchendola ed esaltandola.
Questo “ideale viaggio” nei pensieri è aperto con un brevissimo pezzo di pochi secondi in cui l’autore delinea un tipico scorcio di campagna marchigiana, con i suoi piccoli fazzoletti di terra diversi uno dall’altro per dimensione e colore. Un breve omaggio che l’autore fà alle sue origini, fattore ricorrente nella sua produzione cinematografica, quasi a voler lasciare il tangibile ricordo di un passato comune a tanti e che è ancora presente dentro di noi.
Un invito alla visione che d’incanto può trasformarsi in sogno da vivere intensamente senza esitazioni. Si è di fronte a qualcosa di nuovo e vivo come tutta la produzione di Simone Massi, ma in questa occasione alcune emozioni trasmesse sono accentuate anche grazie al perfetto connubio che si realizza tra immagini, musiche e voce narrante.

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La memoria dei cani. Intervista a Simone Massi

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Corti d’Autore: Capitolo 2. Nanni Moretti, Il giorno della prima di Close-up

di Gianni Quilici

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In questo corto Nanni Moretti risponde praticamente e poeticamente ad una domanda, che potrebbe essere: “Come dovrebbe essere una sala che ama il cinema e i suoi spettatori?”.
Moretti è l’esercente del “Nuovo Sacher” -come nella realtà è- che consiglia la cassiera al telefono, controlla la qualità dei panini, l’ordine in cui sono disposti nella libreria i giovani scrittori italiani; è lo stesso che sale frettolosamente le scale fino alla saletta di proiezione per aggiustare “un capellino” la messa a fuoco; è infine lo stesso che apre la tenda della sala e ci offre un’immagine di Close Up di Kiarostami, velocemente, ma abbastanza per rivelarci la sua struggente poesia.
Film sociologico e poetico. Pensoso e leggero. La leggerezza dell’(auto)ironia. E’ un film non solo sui film, ma sul cinema come produzione, distribuzione,esercizio. E’ una dichiarazione d’amore per il cinema di poesia contro il cinema commerciale. Un film, infine, in cui la leggerezza è pari alla sua profondità. Se non si coglie la profondità, però, non si apprezza la leggerezza.

 

Il giorno della prima di Close Up di e con Nanni Moretti
Italia 1996. Durata: 7′
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SACHER FILM

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Corti d’Autore: Capitolo 1. The Last Customer di Nanni Moretti

Ecco il primo capitolo della rubrica “Corti d’autore, nella quale verranno presentati alcuni grandi cortometraggi che hanno già fatto la storia del cinema. Nella rubrica ci sarà spazio anche per nuovi registi, autori di opere strepitose, che sono ancora relegate al solo circuito dei festival.
La recensione che segue è di Gianni Quilici

 

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I corti di Nanni Moretti sono poesia. Lo era Il giorno della prima di Close up, lo è questo.
Perché sa giungere al cuore. Non di colpo. Progressivamente, per accumulo di situazioni. Le emozioni, in questo caso, non sono la fiction, ma il documentario.
I protagonisti sono, infatti, i titolari di una vecchia farmacia di New York, i Gardini, di origine italiana, ed i loro clienti. E’ l’ultimo giorno di (s)vendita ed è anche la festa d’addio. L’indomani questa farmacia, presente nel quartiere da oltre cinquant’anni, verrà distrutta.
Moretti registra questa giornata, in cui i proprietari e giovani e vecchi clienti ricordano e si abbracciano, con ironia e affetto. Ecco, dalle loro parole, emergere, insieme a ritratti anche eccentrici, una storia di sentimenti, una comune appartenenza, che la farmacia con la sua storia bene ha simbolizzato.
Le immagini iniziali e finali della demolizione del palazzo per far posto ad un grattacielo diventano così, implicitamente, un pugno allo stomaco nei confronti di quel microcosmo vivo, che festeggia tra il dolente e, come contrappunto, il divertito, la memoria della farmacia, che da domani sarà cancellata e che è già nostalgia; in qualche caso, dolore.
Moretti filma questo contrasto con asciuttezza, senza alcuna ridondanza, se non quella di una colonna sonora sobriamente nostalgica, lo fa parlare, lo cattura anche visivamente, lo taglia al momento giusto e lo alleggerisce, facendolo diventare racconto, emozione, cinema.
Impossibile non vedere The Last Customer anche come un apologo. Infatti New York, che è stata colpita e ferita, proprio nel suo centro più simbolico, è però anche il luogo che perennemente si autodistrugge, certo per rinnovarsi , ma anche perdendo la sua memoria, come il corto di Moretti ben rappresenta. Un apologo, che, anche perché molto implicito e lieve, rende forse nel suo fondo l’atto di accusa ancora più violento.
Un amico diceva: “Che ci vuole a fare un film così!”
Pensavo con Brecht: “La semplicità che è difficile a farsi” e spesso a capirsi.

Gianni Quilici
pubblicato in La linea dell’occhio n. 48. Primavera 2004.
The Last Customer (L’ultimo cliente) di Nanni Moretti.
Italia 2003. Durata: 23′.

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SEGNALAZIONE:
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